Vittorio Arrigoni, il figlio
di Viola Buzzi
La Madre. La Madre. Ho passato gli ultimi due giorni come Maria-Egidia (e le donne tutte) sul Golgota, sotto la croce di Gesù suo figlio. Giovedì notte sospiravamo, tra le due e le due mezza, su quella prima notizia esile. Non pareva vera. Sospiri lunghi aspettavano una smentita, che di lì a poco è pure arrivata: forse non è lui. Poi il respiro è esalato, il fiato di Vittorio, il fiato della terra.
Ho poi visto sollevare il suo cadavere verso il sepolcro, sacro. Sollevato dalle voci di vallata in vallata, di donna in donna, di pianto in pianto. Un popolo di esseri umani sollevarsi intorno a Vittorio. Soprattutto fantastici, alcuni non richiesti e inopportuni.
Ho lititigato con mio padre, siamo stati male. Ho sentito un bisogno di concretezza per Vittorio, il bisogno di ancorarlo qui, in una provincia d’Italia. Per noi, oggi.
Il Figlio. Vittorio non era importante solo per quello che faceva a Gaza. Vittorio era quello che faceva ed era anche ciò che rappresentava per molti altri. Un’icona dei giorni nostri per altri meno coraggiosi, o inchiodati, o con meno combinazioni speciali nella vita, ma anche per moltissimi che, facendo tutt’altro, traevano forza dai suoi report e quindi dal sapere che lui stava lì, persona in carne e ossa forte e maestoso come un eroe; con i difetti dell’incoscienza? e con ciò?. Ma stando lì lui era speranza per chi aveva accanto e dava speranza a chi lo seguiva da lontano. Per me, saperlo laggiù, con quello spirito ostinato di servizio vero in quanto utile, in quel caos e con quella passione che lo aveva già fatto trovare malissimo senza per questo mollare neanche un secondo, era come sapere che il vento caldo c’è, che tocca quelle facce di bambino, che arriva negli angoli e a scaldarti quando è freddo, a portarti sollievo quando fa tanto caldo. Perchè non ci sono cose di valore facili, bisogna impegnarsi e non mollare. Lui era lì, nelle nostre vite lontane, diverse, ma lui c’era. Un uomo di speranza, come molti figli d’Italia, ad offrire una Speranza. Anche all’Italia. Il contrario degli uomini che ci governano da queste parti. Il contrario esatto.
I padri (di oggi). Ancora abbiamo assitito a questa destra di naufragati da virilità tutte d’un pezzo da un lato e dispersi nel mare di un liberalismo che acconsente a un nonno palpatore di nipoti diciottenni dall’altro; ancora questa destra che sventola il vessillo della famiglia cattolica anch’essa tutta d’un pezzo pretende di potersi esprimere anche in questo caso. Di contro assistiamo a una sinistra unita nella discordia e divisa tra chi è sempre sul piede di guerra pensando a rivoluzioni improbabili che non partono mai e chi è sempre sull’orlo… Sull’orlo di appassionarsi veramente: mi piace mi interessa ma niente da fare, la passione non mi intacca.
Intanto, il senso essenziale introdotto da Gesù Cristo, duemila anni fa, risuona lontanissimo anche in queste terre italiane: la pietà, il perdono.
Siamo fermi alla propaganda che più che cavalcare l’inutile opportunità di screditare un volontario della pace, cavalca la miseria dei “ragionamenti brevi”. Quelli che fanno restare gli italiani nella sudditanza, che fanno dire: chi glielo ha fatto fare, oppure, se l’è andata a cercare, oppure era schierato con la Palestina anche lui era in guerra. Aria, perchè qui i luoghi comuni chiusi stantii e affollati non vanno proprio bene. Ho la sensazione che questi padri (le madri starebbero tutte insieme) non si siano resi conto di una cosa fondamentale, e cioè che Vittorio era un figlio d’Italia. Non hanno capito che avrebbe potuto morire un figlio ingegnere a Silicon Valley, architetto a Londra, fisico a Ecaterinburg. Non hanno collegato che avrebbe potuto morire il loro figlio nel seguire una passione Vera, una vocazione senza riserve, qualunque essa fosse, non ci sono passioni di serie A e di serie B quando non si fa male a nessuno e anzi, si ha voglia di aiutare gli ultimi. Non hanno visto, come succede quotidinamente oggi in un posto chiamato Italia, un figlio. Non hanno capito che con lo stesso gelo con cui hanno ferito la madre, il padre di Vittorio e tutti quelli che lo amano, con questo cinismo che coltiviamo imperterriti odiando il prossimo come noi stessi, con quel cinismo da schiaffi qualcun altro potrebbe avvicinarsi a loro e dirgli: di andare a lavorare in America, in Russia o in Cina… chi glielo ha fatto fare? Lasciamolo là.
Ma per fortuna oggi è domenica di Palme, di Pace, oggi il sacerdote veste di rosso. Il Papa è fortemente preoccupato che “dalla tecnologia non arriva solo il bene ma anche il Male”, ma il corpo di Vittorio tornerà a casa e sua madre potrà stringerlo forte a sè, il figlio e la madre saranno sempre quelli di duemila anni fa e della notte dei tempi. Attraverserà ancora mari e monti, vallate e alture. Saluterà pesci e uccelli sotto un cielo terzo e di pioggia fine. E nel duecentesimo anniversario dell’Unità d’Italia oltre al giovane Mameli che scrisse l’inno e morì per il primo sogno di Repubblica, si ricorderà il giovane Arrigoni che nei 150 anni dell’Italia unita portava ancora la democrazia e libertà del primo.
Il sepolcro è aperto. Vittorio sta tornando. Questa è la sua Pasqua, e di chi resta Umano.


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