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di Antonello
Ricci
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Perché torniamo
a divinare i profili di queste Città di Pietra? Perché - ostinati -
ne straziamo di domande i sassi, quasi viscere aruspicali? Perché vorremmo
toglierle al silenzio della loro occasione mancata? Nobili origini,
sovente nobilissime. Poi cinque sei sette secoli di sfratto dalle cities
della Storia. Come un diluvio, infine, gli ultimi cinquant'anni. S'affacciavano
sonnolente e neghittose alla metà del Novecento, le nostre Città Murate,
quasi arche scordate dal dio della politica sul dorso dei loro acrocori.
Cantate ormai soltanto, all'ombra d'un patetico localismo, dai propri
eruditi. Poi non so. Qualcosa d'impensato dev'essere successo. Forse
eravamo distratti, forse non abbiamo saputo capire. Un passaggio ci
dev'essere sfuggito. O ci deve aver saltato. E siamo qui, ora, alla
deriva nei tuguri del pasoliniano dopostoria (del presente remoto balbato
da Zanzotto…). Stentiamo a ritrovarci. Allora a queste pietre torniamo
in molti, come a una condanna. Come a un augurio. Nelle sue e-mail
si firma Fata Violina. Ma la tengo più per strega. Per come suona e
canta (con quel suo casco stile Africa Orientale Italiana e quel sound
così poco politically correct, mescidato e radioattivo). Ma soprattutto
per la forza visionaria e "intestinale" che incendia i suoi testi, le
ballate, le stregonesche fantasie: un primo papa-mago il quale, mentre
da un lato marcava l'Anno Mille scommettendo sulla libera gnosi, dall'altro
si faceva fare l'oroscopo dal Golem; un secondo papa "fattucchiere",
portoghese e filosofo - quest'altro - col pallino dell'alchimia: sperimentando
polveri piriche pare saltasse in aria col suo splendido Palazzo; un
altro papa ancora, coltissimo umanista, che volle trasformata tutta
una Città nella "patria celeste degli dei", smisurato teatro processionario
e neopagano. Ma anche una santa giovinetta spuntata fuori - si chiamò
Rosa, dunque: fiorita - dal pittoresco catalogo delle schiere ereticali
(le quali, circensi e brancaleonesche, sfilano per certe periferie tirate
su all'ombra del Palazzo di Federico II, Diavolon de' Diavoloni). E
ancora: un beffardo giullare detto Frisigello, sesto fra i vanti araldici
della Città. Ignavi cardinali sprangati a chiave dal potere laico cittadino
e costretti alla fumata bianca in mezzo a "sudore piscio e crepailcuore".
Corvi malintesi per figure di demoni infernali e precipitati nel fumigante,
celeberrimo Bulicame. Maliziosissime Malefiche, collezioniste di "organi
maschili" (quasi fossero usignoli, li tengono "in una scatoletta", li
sfamano amorevolmente). Ecc. ecc. |
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